Il pane di Altamura
Photographer Federico Garibaldi for Essen | a taste magazine. Special thanks to Altamura’s bakeries
Non c’è momento forse più scontato e pericolosamente destinato a lievitare con i germi della retorica quando s’impastano le parole per incoronare il mito del pane. Soprattutto quando i media ne tramandano una vera e propria reinvenzione ad usum dei consumatori. Quanto più la sua preparazione è industriale, asettica, farmaceutica tanto più la sua comunicazione mediatica si coagula intorno a paesaggi campestri e cosmetici che vivono negli interstizi tra la cattiva immaginazione e il cartone animato, tra i mulinibianchi e le spighe al vento, tra mamme sempre sorridenti e fornai aitanti come indossatori (e infatti lo sono, negli spot). C’è l’urgenza di ricapitolare, di resettare la ricetta della conoscenza: ed è quello che fa Federico Garibaldi in questo reportage su e del pane di Altamura, cittadina pugliese che di questo ex cibo dei poveri è la patria indiscussa.
In questi scatti solenni, cupi, drammatici ma anche ironici (guardate l’ingenuità di quelle insegne un po’ naif, osservate i volti di chi mescola, miscela, forma e deforma una massa molle che sembra l’universo prima che arrivasse Dio – un dio che è lì, a portata di mano, di braccio e di pala), che si ristabilisce il giusto equilibrio tra cultura, farina, acqua e lievito. Perché è raro, del pane, riscattare la vera storia oggi, nel terzo Millennio. Una storia che sa di fatica fisica, muscolare, di alzatacce nel cuore della notte e di occhiaie tra le rughe di chi reitera un gesto che diventa abitudine ma anche rituale officiato non per celebrare qualcosa o qualcuno d’importante, ma il semplice fatto che, ancora una volta, ancora un altro giorno, siamo nel mondo e ci dovremo camminare, lavorare, divertirci, arrabbiarci e nutrirci finché morte non ci separi (dal mondo).
Marguerite Yourcenar affermava che «scrivere è come fare il pane» alludendo allo sforzo materiale, concreto, reale che impone la disciplina di chi costruisce storie. Federico Garibaldi sembra invertire i termini della massima, per dimostrare che «fare il pane è come scrivere» e narra un racconto duro, forte, croccante di come può nascere ancora, nell’autenticità, il più semplice dei pasti. E ci invita a consumarlo negando ogni elemento eroico ma facendo una cronaca che non cerca di accendere il fascino del sapore d.o.c. o della cucina in via d’estinzione. Sono fotografie che esprimono un’urgenza: quella della solidarietà con il vero. Quella dell’esaltazione per le cose-come-stanno. E sfidiamo qualunque pubblicitario a ricostruire con la stessa forza l’opera di chi ogni notte ricostruisce una pagnotta in uno dei tanti forni di Altamura alla luce di un fuoco che gli illumina la vita, in un lavoro quasi invisibile che rimane dietro a quelle insegne un po’ naif ma è scevro dalle false apparenze, è incontaminato dai luoghi comuni.

















Le foto di Garibaldi sono meravigliose
BELLISSIMA FOTO! STREPITOSA!
Molto belle queste foto! Il fotografo è un genio assoluto! Scatti che fanno venire voglia di pane, amore e fantasia!
bellissime immagini
intererssante e bellissime foto
Dalla dura pietra e dall’austerità cruda di una realtà senza veli, irrompe la fragranza e il sapore di un vivere antico. Immagini di una storia che l’industria cancella.
Il b/n rafforza senz’altro nella mente dello spettatore un’idea di primitività dei gesti che d’istinto si associa al pane. Altamura, che vivo spesso per esser nata là vicino, come archetipo di tutti i luoghi del mondo dove si consuma ogni giorno una ritualità essenziale e fondamentale per la vita della comunità. A mezzogiorno, da Vito gli habitué aspettano pazienti l’irrinunciabile focaccia, così indigesta se mangiata calda, ma così oscenamente golosa. Grazie per il testo e per le immagini!
Sarò un po’ impertinente…
Bellissimo il soggetto, il punto di osservazione, la necessaria lotta contro la retorica evidenziata nell’articolo.
Purtroppo le foto contengono comunque il loro linguaggio retorico, da grande reportage del passato.
Perchè quella vignettatura così invadente, i neri troppo presenti in una luogo come Altamura dove anche la pavimentazione della città è chiara?
Il pane è dono, gioia, comunicazione, luce.
In queste foto invece c’è un po’ di retorica del folkore (anche un po’ di ricerca dei freaks), la voglia dello scatto d’effetto che sarebbe stato più efficace se prima ci fosse un dialogo coi panettieri, che nelle immagini non ritrovo.
Io ci riproverei…
Ciao Sandro mi piace il tuo argomentare ….. sono di altamura anch’io ed è bello vedere come le sensazioni che delle foto cosi’, come le opere di un’artista in genere, possano suscitare …….emozioni differenti …..se ripenso al mio paese lo ripenso esattamente con lo scuro che emerge dalle foto e con le processioni dove l’illuminazione nel corso è esattamente il contrario della luce …… quasi manifestazione continua della fatica…e tutto questo scuro impresso nelle facce delle persone emerge in modo chiaro ai miei occhi nelle foto di Garibaldi …intense come la fatica …… che ha reso un paese noto in ogni dove per il pane……