Dice Kayek: Turkish style flavour

Parigi, Matteo Dall' Ava | 4 aprile 2011

Ece Ege è una stilista turca, fondatrice insieme alla sorella Ayse di Dice Kayek, griffe femminile di couture e prêt-à-porter. Entrambe vivono su territorio parigino, ma sono continuamente in viaggio tra la Francia e la Turchia. Quest’anno festeggeranno i 20 anni di attività. Incontriamo Ege durante la presentazione delle collezioni ready-to-wear Autunno/inverno 2011 di Parigi, per una conversazione gastronomica “Franco- Ottomana”.

C’è qualcosa di tipicamente turco in questo rinfresco?
No, perché è molto difficile creare dei buoni piatti della gastronomia turca. Ci vuole una cucina ben equipaggiata e qui in showroom non ne abbiamo una.

E quei cubetti rosa?
Ah sì, è vero, sono i lokum: famous turkish delight.

Come sono fatti?
Mangiane uno e dimmi tu.

Veramente qui le domande le faccio io comunque…
Miele, pistacchio e acqua di rosa
Bravo è! Buoni davvero! (gli ingredienti me li ero fatti dire dall’addetta stampa).

Hanno un significato particolare per te?
Quando mangi un lokum il palato è avvolto dal suo sapore. Ho cercato di replicare visivamente questa sensazione nella mia linea di couture Modern Architecture. Molti degli abiti da cocktail realizzati s’ispirano proprio a questo dolce cubetto.

Torniamo alla cucina. Qual è il tuo piatto preferito?
Si prendono delle melanzane e si mettono in forno per circa 30 minuti a 180°C. Poi si tolgono, si tagliano in due parti uguali, si levano i semi (se ci sono) e si riempiono con una farcitura di carne trita, pomodori e piselli, cipolle: ovviamente già cotta a parte. Vanno passati ancora per dieci/quindici minuti in forno per amalgamare i sapori. Questo piatto va servito con del riso al pomodoro. È sublime e si mangia soprattutto in estate.

E come si chiama questo piatto?
La pronuncia è difficile, se non sei turco evidentemente. Si chiama Karnıyarık: letteralmente significa ventre aperto!

Ma cucini o ti piace solo mangiar bene?
Certo che cucino. È una pratica molto creativa e poi mi riposa, non sai quanto; soprattutto la testa!

Quale sarebbe il piatto che ti viene meglio?
Il sigara borek. Impasti farina acqua e sale e uova, la spiani con un mattarello fino a renderla sottilissima. Stendi la pasta e la farcisci con quello che vuoi. A me piace con le patate, le uova, la carne trita, il formaggio e le melanzane. Ma non tutto assieme. Infine la arrotoli, la spennelli con del tuorlo d’uovo per renderla lucida e via nel forno. Mi piace quando è bella croustillante.

Mi dici il nome di un buon ristorante turco a Parigi?
Non ne ho ancora trovati e sono tanti anni che vivo qui. È un peccato che la cucina turca sia rappresentata qui a Parigi solo da locali fast-food. Ma quando sono a Istanbul per lavoro vado solo in ristoranti turchi. Non ti faccio nomi perché la lista sarebbe infinita.

Dove vai a mangiare quando esci la sera?
In ristoranti italiani. Il mio preferito è Cibus proprio qui vicino in rue Molière. È piccolissimo penso che non abbia più di 20 coperti e ha solo prodotti biologici italiani: olio, pane, latte. È un po’ caro, ma è sublime. Non ha il menu. Il cameriere arriva e ti racconta tutto quello che la cucina offre quel giorno. Rappresenta il vostro spirito. (italliano, ndr)

E sarebbe?
Estroversi, sorridenti, educati, teatrali e amate la buona cucina. Ah dimenticavo… chiacchieroni.

Ti piace la pizza?
È magnifica e sono molto esigente. Ho mangiato la pizza più buona della mia vita a Marostica vicino a Vicenza, ma non ricordo il nome del ristorante ci sono capitata per caso.

Cucina italiana a parte?
Je craque( vado matta, ndr) per quella giapponese” Mi piace andare ogni tanto da Takara: è trai più antichi ristoranti giapponesi d’Europa. La sua specialità è il sukiyaki: una zuppa con sottili fettine di manzo, verdure, spezie, vermicelli (la pasta fine fine) e tofu. Si trova sempre in rue Molière proprio di fronte a Cibus.

Cosa mi dici della cucina francese.
Devo essere sincera? Non mi piace e troppo pesante però –c’è sempre un però- faccio un’eccezione per l’Atelier di Joël Robuchon. È da morire! È uno chef stellato, e il suo staff cucina in maniera straordinaria. Si mangia sul bancone davanti ai cuochi come se fossimo al bar. Si trova a Saint Germain in rue Montalembert.

Ma ti piace solo il salato?
Scherzi? Amo i dolci. Recentemente ho scoperto la cioccolateria di Jean-Paul Hevin al 231 di rue Saint Honoré. P.E.R.I.C.O.L.O.S.A.! Hanno delle gelatine al fico e al ginger favolose, da impazzire. Ne assaggi una e finisci tutta la scatola. Sono buone perché fondono in bocca senza attaccarsi al palato e “al lavoro del tua dentista, aggiungo io.”

Cosa ti affascina della cucina, nel senso ampio del termine?
La presentazione di un piatto e l’art-de-la-table spesso mi hanno suggerito delle idee. Tra le mie creazioni c’è un abito che ricorda la coda di un uccello. Ciò è molto poetico, ma nella realtà la forma s’ispira alla lavorazione origami di un tovagliolo che ho trovato piegato sul mio piatto durante una cena con amici. L’ho studiato per tutta la serata.

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