Contaminazioni linguistiche

Milano, Sandra Bardin | 26 ottobre 2015

Illustration made by Bomboland for Essen A Taste Magazine©

Se l’argomento è “le parole del cibo” non c’è da stupirsi che per entrambi i punti in questione la protagonista assoluta sia sempre lei, la lingua, organo del gusto nonché strumento strategico – in entrata coi bocconi da assaporare, in uscita con i concetti pronti a farsi linguaggio e quindi comunicazione.
Bene ha fatto dunque l’Accademia della Crusca, assieme all’Università di Milano, a dedicare al tema in coincidenza con l’Expo dell’alimentazione una tre giorni di conferenze, eventi e laboratori multimediali chiamando a discuterne semiologi, letterati, storici, filologi, esperti di comunicazione e, ovviamente, di cucina. Relatori di spicco il linguista Tullio De Mauro, il filosofo Giulio Giorello, la pubblicitaria Annamaria Testa, l’Accademico Rosario Coluccia. Ne è emerso uno stato dell’arte più eloquente di un trattato di storia contemporanea: filo conduttore, il ruolo del cibo e relativi strumenti verbali come veicolo di interazione/integrazione culturale fra cittadini del mondo.

E qui si apre un tema particolarmente caro all’Accademia, quello della contaminazione linguistica. Che al pari delle vettovaglie – l’intendance suivra – segue eserciti, transumanze, mobilità singole o antropologiche diffondendo i successi alimentari di provenienza. Formidabile collante, perché si sa, a tavola non si invecchia e soprattutto non si litiga.
Insomma uno scambio che arricchisce tutti i vocabolari: così come nessuno oggi tradurrebbe voci come hamburger, cocktail o couscous, ai 4 angoli del globo si dice tranquillamente pasta, broccoli, zucchine, caponata, ossobuco.
E volendo fare un confronto fra parole italiane diffuse e straniere acquisite, siamo in netto vantaggio: “Stando all’ultima edizione dell’Oxford Shorter Dictionary”, dice De Mauro citando il quotidiano inglese The Guardian, “un archeologo del futuro potrebbe ipotizzare che l’Inghilterra sia stata oggetto di due grandi invasioni italiane, da parte di Giulio Cesare nel 1° secolo a.C. e di un esercito di cuochi nel XX d.C.”.
Certo, è divertente scoprire attraverso un sondaggio che tra le 100 parole del gusto la più spesa in Italia e nel mondo è spaghetti, seguita da pizza, mozzarella, espresso, ma oltre le curiosità è interessante cogliere le implicazioni economiche del fenomeno.
Sì, perché le parole non sono mai innocenti. Né sempre miscibili. Da ambasciatrici del mondo da cui provengono, comunicano un’identità preziosa, da proteggere. Dietro una lingua disintegrata non da nomi di cibi altrui ma da locuzioni alloctone ingiustificate, infatti, può nascondersi un grave errore di comunicazione e con esso un autogol finanziario.
Ne parla Annamaria Testa, già promotrice della petizione Dillo in italiano, suffragata da più di 70 mila firme, contro l’uso improprio di parole straniere in fatto di cibo, uso che sta trasformando in italiano una sorta di pidgin incomprensibile agli stranieri stessi. Non solo: controproducente. “L’italiano è la lingua che racconta all’estero il nostro cibo, perché tradirla proprio quando vogliamo diffonderlo? Che cosa deve capire il mondo se, per vendere il nostro gusto, il portale turistico ufficiale lo comunica all’estero con slogan come Verybello? Falso che l’italiano sia sconosciuto: è la 4° lingua più studiata al mondo, università e enti governativi di tutto il mondo hanno motti in latino, i ristoranti eleganti di NY che vogliono acchiappare clienti con i nostri sapori scrivono Vino sul menu, perché invece noi, già nelle insegne di baretti da aperitivo, dichiariamo Food & Wine?” chiede Annamaria Testa.

Conosciamo le giustificazioni. Il web, il computer, la tecnologia, lo slang dei messaggi, i millennials, i nativi digitali, etc. Diciamo googlare e shuttare, è imbarazzante ma ci stiamo abituando, per provincialismo o sciatteria.
Finché non tocchiamo i soldi. Prendiamo il fenomeno degli alimentari che si spacciano per nostri usando la sirena dell’assonanza: l’italiano massacrato sulle confezioni del Parmesao brasiliano o del Parma Salami messicano non è solo un affronto alla lingua, quindi roba da puristi, è un pesante vulnus al bilancio. Cibi falsi nella provenienza delle materie prime, nella ricetta, nei sapori e ovviamente nell’etichetta sottraggono alle esportazioni cifre da capogiro. Lo spiega ancora Annamaria Testa citando Legambiente: “I prodotti italian sounding valgono 54 miliardi di euro, il doppio di quelli autentici. Negli Usa uno solo su otto, tra quelli venduti come italiani, lo è davvero. Se a questi 54 si sommano i 6 di pura e semplice contraffazione fanno 60 miliardi. Tradotto in posti di lavoro, significa 300mila unità in meno”.
Obiezione: e se queste marche italo-farlocche si prendessero un traduttore madrelingua ci sentiremmo meglio? Risposta: forse no, ma se a sostegno della nostra esportazione valorizzassimo l’unicità del gusto italiano insegnando a distinguerlo, con l’aiuto della lingua più dolce del mondo, non c’è dubbio che i nostri prodotti verrebbero preferiti alle patacche.

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