Nostalgia dell’ umano IV
Image by Guido Mangialavori for Essen | A taste magazine©
Un racconto inosuale su cibo di Guido Mangialavori, potete scoprire la sua identità qui
Questo documento raccoglie le peripezie del collettivo Vas.Ka.; gesta e opinioni massimamente gradite a chi disprezzi gli altri quanto disprezza se stesso.
Io, appena sveglio, voglio il caffè; ma non lo prendo io, lo prende lei. A me il caffè fa bruciore. Katjusha le domando, lei si chiama Katjusha, come stiamo oggi? S’alza sui gomiti, Katjusha; non scende neanche dal suo lettino; mi risponde con un sospiro che non sta per niente bene, dice che la testa le gira e lo stomaco è in subbuglio. Io ho dormito benissimo. Lei invece ha passato una nottataccia di quelle. Per forza, penso io, son mesi che non mi risparmio. Anche ieri sera: dagli antipasti al dolce giù a rotta di collo, la galoppata d’un sibarita. Le ho fatto mangiare di quei formaggi. Poi l’ho quasi ammazzata di vodka. Quando mi sono alzato da tavola ero languido e di sensibilità accesa. Katjusha l’ho caricata sul taxi che quasi non si reggeva in piedi. E’ il mio ventre Katjusha: il mio esofago, il mio stomaco, il fegato mio, l’intestino mio, è il mio culo Katjusha. Da quando l’ho presa con me sto molto meglio. Come farei senza Katjusha? Se ho voglia d’un bel rognone, me lo mangia; se è d’un cremoso mascarpone che mi incapriccio, è lei a sbafarlo. Le faccio ingollare di tutto; le porgo le pietanze; l’imbocco se è il caso, e corrono i miei occhi sui bocconi che le si impastano tra lingua e palato e scendono giù per la gola. M’osservo ben bene allo specchio. Sono un fiore, adesso. Katjusha s’è bevuta il mio caffè. Guardo il cielo da dietro la finestra, la apro, respiro. Respiro ancora. C’è il sole, l’aria è tiepida, tutto è immobile. Sono profondamente insoddisfatto. Forse una torta. Una torta, sì. Fa tanto d’occhi Katjusha, dice che non ce la fa più, che ha la nausea. Non m’intristire, l’apostrofo, lo so anch’io che fa male, cosa credi? Ma che vuoi, se non posso togliermi nemmeno queste soddisfazioni. Non si deve, Katjusha, viver da malati per morire sani. Parole al vento. Le porgo un cucchiaino, non lo tiene. S’è gualcita Katjusha, lei ch’era così carina quando l’ho presa a servizio. Soprattutto la pelle si è rovinata, e sui fianchi ha messo del peso. Quanto male ci facciamo, mi dico imboccandola, quante schifezza ci infiliamo dentro. La vita è così, penso, impietosa e sorda. M’implora di fermarmi, ma ho fame io. Chissà, non è nemmen fame. Ancora uno sforzo Katjusha, è quasi finita. E già penso alla merenda. Raccolgo le briciole sulla punta dell’indice e gliel’infilo tra le labbra. Eccellente. Mi accendo una sigaretta. Lei si lascia cadere sul cuscino, gli occhi chiusi, il respiro affannoso, gonfia come un otre. Me ne sto zitto qualche minuto, torno in me come all’improvviso: Katjusha, tu fumi?

E’ bellissima. Mi hai tirato dentro. Devo assolutamente continuare a leggerla…