Pane e Miele

Milano, redazione | 9 settembre 2016

Pane e Miele a Mega

Si inaugura martedì prossimo la mostra Pane e Miele dell’australiana Giorgia Mocilinik alla galleria Mega di Milano. Opere scultoree di cera d’api e di pane realizzate con la collaborazione di un apicoltore di Melbourne Nicholas Dowse fondatore del progetto Honey fingers. Protagonista del progetto la Apis Mellifera, l’ape europea e il suo lavoro “architettonico”. Proprio questo è stato l’esperimento degli artisti che hanno lavorato in stretta collaborazione con le api creando e testando la capacità di adattamento e l’ingegnosità progettuale.

Una celebrazione della semplicità che però fa riferimento ad un mondo millenario di simbologie e saperi. Un mondo che parte dal Mediterraneo e segna un limine con i ‘mangiatori di pane’ cioè coloro che sono parte di una civiltà uscita dallo stato di natura. Le forme del pane si moltiplicano segnando identità specifiche per piccole comunità che compongono una unione di civiltà. La trasformazione della farina diventa il simbolo di una cultura e di una identità.

Molto prima dello zucchero, è il miele ad addolcire i nostri palati e ad alimentare con minerali e vitamine pietanze e prodotti caseari. La simbologia delle api è legata alla religione e all’obbedienza tanto da meritarsi il titolo di “serva del Signore”. Afferisce alla gerarchia e alla frugalità ed è utile per le rappresentazioni dello Stato-nazione. Simbolo del potere fin dall’antichità, di cui discutono tutt’ora archeologi esperti di mèlissai, e metafora settecentesca del sapere accademico. Immagine utile alla religione e al katekon per domesticare la società e primo modello di economia politica. Bernard de Mandeville, XVIII secolo, ne fece il suo successo con due poemetti satirici: ‘L’alveare scontento’ e ‘La favola delle api: ovvero vizi privati e pubbliche virtù’, fortunato titolo anche di un film di Miklós Jancsó del ’76. Ne parla anche Alberto Olivetti in un bel libro dal titolo L’appropriazione sensibile apparso nel 1990 a opera di Cadmo editore.

La mostra merita uno sguardo e una riflessione sulla produzione artistica occidentale e sulle simbologie sottese.

Martedì 13
dalle 6:30 alle 9:30
Mega – Piazza Vetra 21 – Milano

Miele, sostanza zuccherina, sciropposa, elaborata dalle api operaie dal nettare dei fiori.  Questa trasformazione avviene per opera della saliva e dei succhi gastrici.  La qualità ed il sapore del miele dipendono dai fiori.  Il miele è in genere leggermente lassativo, può essere tossico se proviene dalla belladonna.  In commercio se ne distinguono tre qualità principali: il miele vergine o sopraffino, bianco, di prima estrazione.  Il tipo comune, limpido, di color giallo, di seconda estrazione, ed infine il tipo bruno, ottenuto con una pressione a caldo.  Il miele si presta facilmente a delle sofisticazioni.  Il miele, col nome di mel, era il principale elemento dolcificante degli antichi romani (l’estrazione dello zucchero dalla canna non avvenne che con la scoperta dell’America).  Poeti e   scrittori lo decantarono.  Scrive Virgilio, Fervet opus, redolentque thymo fragantia mella.  Già i romani esaltavano il miele di timo proveniente dai monti Iblei, che è tuttora una specialità della provincia di Ragusa in Sicilia: liquor Hyblaeus; Hyblaei mellis fragrantia dona.  Degne di menzione sono le produzioni di Modica (sempre nella provincia di Ragusa) e di Marsala (Siracusa), l’una e l’altra dai fiori della santoreggia; il miele amaro della Sardegna, anch’esso noto agli antichi, ed infine il miele di zagara, palermitano, proveniente dai fiori degli aranci (zagara è il nome del fiore bianco degli aranci).  A un larghissimo uso in pasticceria e confetteria ed è anche usato nella farmaceutica e nella terapia (clisteri, elettuari, nielliti).  L’idromele è una bevanda, nota fin dall’antichità, fatta con miele, più o meno fermentato, ed acqua, mentre ossimeleè uno sciroppo, di quattro parti di miele, cotto in una parte di aceto.



Miele, polline, gelatina o pappa reale, sono alcuni dei doni misterici dell’alveare, preziosi per le loro qualità nutritive, che l’uomo utilizza da tempo immemorabile.
Gli studi paleontologici hanno consentito di collocare lo sviluppo degli Apoidei intorno a cento milioni di anni fa.  Da allora, api e fiori hanno percorso insieme un percorso evolutivo che gli uomini hanno scoperto nel neolitico e celebrato nell’arte rupestre – come nella splendida Cueva de la Araña nel levante spagnolo, vicino a Valencia.
Secrezioni corporali che, diventando emblematiche, aggrovigliano la vita alla sessualità, disegnano percorsi dell’identità, concorrono all’elaborazione di interdizioni e ad esaltare il ruolo delle funzioni genesiache.  Non è per caso, dentro questa cosmogonia, che la “ninfa” nasconde la promessa, la “larva” congiunge il talamo alla cellula alveolare, e l’imene sia nella visione fallocentrica dei maschi l’operculum di cera dell’alveolo.

Di: Gianni Emilio Simonetti

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