Tim Hayward

Londra, Fabrizio Festa | 6 giugno 2011

Nelle foto degli scatti di Kaffeine e di Tim Hayard. Cover e interno Magazine courtesy di Fire&Knifes| Images Enrico Policardo for Essen A taste magazine©


Editor e curatore della sezione food del Guardian, Tim Hayward dal 2009 produce una rivista quadrimestrale sul cibo Fire&Knifes che si è subito imposta per qualità degli scritti e delle immagini, diventando un must degli amanti delle fanzine e dei magazine indipendenti.
Fabrizio Festa ha incontrato Tim a Soho, Londra, per fare quattro chiacchiere sulla sua creatura di carta. Di seguito un estratto della lunghissima mattinata di Fabrizio passata ad ascoltare le parole di uno dei migliori food editor del mondo.

Siamo al Kaffeine, a Soho. Come mai hai scelto questo posto?
Fanno il miglior caffè di Londra, senza dubbio. Il proprietario è australiano, ma molti dello staff sono neozelandesi. Sono tutti molto appassionati di caffè, tengono anche dei corsi di barista, io ne ho seguito uno con il manager ed è stato molto bello. Il mio caffè è molto migliorato (ride).

Come hai iniziato Fire&Knifes?
Un giorno ho invitato a pranzo la mia amica Katie Almodia, lei fa quel magazine che si chiama Anorak, e le ho chiesto “Come si fa un magazine?”. Lei, che prima di questo si occupava di zine, mi ha risposto “Oh, è molto difficile, ci vogliono un sacco di soldi, ti costerà qualche migliaio di sterline”.
Io ho lavorato nell’advertising per quasi 15 anni, mi occupavo di brand e corporate identity. Per me quelli non erano… tanti soldi. Ero abituato a maneggiare budget di altro tipo (ride).
Ho contattato un designer e gli ho fatto preparare qualche pagina finta, con un finto indice, finti contenuti, etc.. L’ho messo sul web e fatto in modo che le persone interessate potessero abbonarsi. La cosa ha funzionato particolarmente bene, tanto che quando è arrivato il momento di andare in stampa il numero si era già pagato.

Perché hai scelto la carta, invece del web?
A me piacciono molto i web-magazine, credo ce ne siano di grandiosi, ma non ce n’è uno che generi alcun profitto. Con un oggetto fisico è più facile che avvenga uno scambio di denaro. È una cosa primitiva. Noi comunque non abbiamo ancora i soldi per pagare chi scrive.

Parlando dell’oggetto, credo che mr.Lowe, il vostro art director Super Mondane, abbia fatto un eccellente lavoro, com’è iniziata la collaborazione?
Lo credo anch’io! Rob è, sinceramente, un genio.
Katie mi disse che Rob stava lavorando con lei ad Anorak e mi disse che avrebbe potuto aiutarmi con Fire&Knifes. Vedendo il magazine pensavo che il suo stile non fosse adatto a quello che avevo in mente, troppo cartoonesco, troppo infantile. Lei sosteneva invece che io e lui avessimo molte cose in comune. Infatti ho dovuto ricredermi.
All’inizio ho passato molto tempo a spulciare ffffound.com e a salvare tutto quello che mi piaceva in una cartella: immagini, lettering, disegni, fotografie. Poi ho spedito tutto a Rob dicendogli “Voglio qualcosa così”. Due settimane dopo lui è arrivato con il progetto ed era… perfetto!

Come ti sei appassionato al cibo?
Sono cresciuto in una cittadina sulla costa, durante la scuola se volevi lavorare l’unico lavoro che potevi trovare era in un albergo o in un ristorante. Era un lavoro duro, però mi piaceva, mi piaceva stare in cucina, lavorare in quell’ambiente con quel tipo di pesone. Poi mi sono sposato con una cameriera americana, e l’ho seguita quando è tornata negli Stati Uniti. Lì ho lavorato per quasi 5 anni in giro per il paese nei diner. Era un lavoro massacrante, ma in un certo senso lo adoravo. Era cibo vero per gente vera. Quando sono tornato in Inghilterra il mio primo lavoro è stato nella pubblicità poi nella televisione. Da lì in poi mi sono sempre interessato al cibo, ma mai per lavoro.

Il tuo approccio al cibo è molto istintivo e passionale, è una scelta o è una cosa spontanea?
In passato chi scriveva di cibo doveva essere un connoisseur, uno che sa le cose, uno che dice “So questa cosa approposito di questo splendido vino, ora te la dico così la puoi imparare da me”. Un amateur è uno che ama le cose. Io le cose le scopro insieme al lettore/spettatore. Quando assaggio una cosa è dico “wow, that’s fantastic”, è come se trasmettessi una conoscenza, perché chi ascolta o legge dice “voglio provarlo anch’io”. Non è una lezione dall’alto, è una condivisione di sapere a livello base.

E riguardo a questo com’è il tuo stile di scrittura?
Una cosa che dico a chi vuole scrivere per noi è “scrivi da amateur, non da connoisseur”. Non voglio che la rivista dica “io ne so molte più di te”. Voglio che quello che passi sia la voglia di condividere una passione.
Un libro che mi ha aiutato a farmi un idea chiara di quello che volevo è “Considera l’aragosta” di David Foster Wallace, che nasce da un pezzo che ha scritto per Gourmet Magazine nel 2004. Credo sia uno degli articoli gastronomici più belli di sempre. È molto discorsivo, prende spunto da una sagra dell’aragosta che si tiene nel nord est degli Stati Uniti, ma finisce a parlare della working class americana, di come è composta, poi racconta la storia del consumo di aragosta, della vita sessuale dell’aragosta, una parte molto importante del libro. E poi di come uccidere un’aragosta, se è bene o è sbagliato, se l’animale soffre, se dobbiamo preoccuparci per loro, della vita, della morte, di tutto. È fantastico! Mi ha insegnato come fare a comunicare il mio entusiasmo.

Funziona molto bene. Come nell’episodio del tuo “web-show” quando radi la testa di maiale nella cucina del St.John.
(ride) Si beh, quello è stato fantastico! Fergus è una persona fantastica. È così incoraggiante. È un genio assoluto del food, ha introdotto questa cosa della riscoperta e del rispetto per la nostra tradizione culinaria (degli inglesi n.d.r.) quasi 20 anni prima di chiunque altro. Radere una testa di maiale per cucinarla è una cosa antica, è una cosa profonda, che ha a che fare con le nostre radici come popolo. Per quello che è il suo aproccio alla cucina potrebbe tranquillamente essere italiano (ride).

Come consideri il tuo lavoro e quali sono le tue prospettive?
È interessante come hai definito quello che faccio per il Guardian, un web-show. In realtà io non saprei come definirlo. In realtà non so definire nulla di quello che faccio. Non so più cosa sto facendo. Non sono un giornalista, nel senso che non saprei scrivere una storia su qualcosa che non mi interessa, tantomeno inventare una storia da zero. Non sono neanche uno scrittore, non ho mai scritto un libro, o un racconto. Sono… un entusiasta. Posso essere quello che voglio.

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